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aprile 23, 2010

Dopo il Diluvio






Appena l'idea di Diluvio si fu pacata,
una lepre sostò tra lupinelle e campanule ondeggianti
e rivolse la sua preghiera all'arcobaleno attraverso la tela del ragno.
Oh! le pietre preziose che si nascondevano, - i fiori che già guardavano.
Nella grande via sporca si montarno i banchi, e si portarono le barche verso il mare
a ripiano alto come sulle stampe.
Si versò sangue, da Barba Blu, - nei mattatoi, - nei circhi, dove il sigillo di Dio illividì le finestre.
Sangue e latte colarono. I castori costruirono. I "mazagran" fumarono nei piccoli caffè.
Nella gran casa di vetro ancora grondante i bimbi a lutto guardarono le meravigliose immagini.
Una porta sbatté, e sulla piazza del borgo, il bimbo roteò le braccia, compreso dalle banderuole
e dai galli dei campanili ovunque, sotto lo splendente acquazzone.
Madame *** mise un pianoforte nelle Alpi. La messa e le prime comunioni
si celebrarono ai centomila altari della cattedrale.
Le carovane partirono. E lo Splendide Hotel fu eretto nel caos di ghiacci e di notte del polo.
Da allora, la Luna ascoltò il piagnucolare degli sciacalli tra i deserti di timo, - e le egloghe in zoccoli
grugnire nel frutteto. Poi, nella fustaia violetta, germogliante, Eucari mi disse che era primavera.
- Sgorga, stagno, - Schiuma, scorri sul ponte, e sopra i boschi;
- drappi neri e organi, - lampi e tuono: - salite e scorrete; - Acque e tristezze, salite e ridestate i Diluvi.
Perché da quando si sono dissipati, - oh le pietre preziose ricoperte, e i fiori già aperti!
- che noia! e la Regina, la Maga che ravviva la brace nello scaldino di terracotta,
non vorrà mai raccontarci quello che sa, e che noi ignoriamo.


A. Rimbaud, "Après le Déluge", Illuminations
(Trad. G.A. Bertozzi)


febbraio 28, 2010

a K.




Ripenso il tuo sorriso, ed è per me un’acqua limpida

scorta per avventura tra le pietraie d’un greto,
esiguo specchio in cui guardi un’ellera e i suoi corimbi;
e su tutto l’abbraccio di un bianco cielo quieto.

Codesto è il mio ricordo; non saprei dire, o lontano,
se dal tuo volto si esprime libera un’anima ingenua,
vero tu sei dei raminghi che il male del mondo estenua
e recano il loro soffrire con sé come un talismano.

Ma questo posso dirti, che la tua pensata effigie
sommerge i crucci estrosi in un’ondata di calma,
e che il tuo aspetto s’insinua nella memoria grigia
schietto come la cima di una giovane palma…

Eugenio Montale - Ossi di seppia